YOGA SUTRA – PATANJALI

Il testo qui presentato èstato tratto da Quaderni di studio THEOSOPHIA – Stampato in Torino, nel mese di Ottobre 1976
Prima edizione italiana, per la Libreria Editrice Teosofica – Torino.
Traduzione dalla Prima edizione Indiana della Theosopy Company del 1965 a cura dei Gruppi Studio LUT di Roma e di Torino. Abbiamo estratto dalla lunga prefazione, ciò che si riferisce al contenuto filosofico del testo.
Per quanto riguarda Gli Aforismi il testo è stato trascritto integralmente. Versione e commento di WILLIAM QUAN JUDGE

 

PREFAZIONE

 

Alla prima Edizione Inglese

 

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Per comprendere il sistema esposto in quest’opera è pure necessario ammettere l’esistenza dell’anima ed in confronto la non importanza del corpo fisico che essa abita. Poichè Patanjali sostiene che la Natura esiste solo per l’interesse dell’anima, nell’esistenza della quale è scontato che lo studente creda. Quindi egli non si prende la pena di provare ciò che ai suoi tempi era ammesso da tutti. E siccome egli afferma che il reale sperimentatore e conoscitore è l’anima e non la mente, ne consegue che quest’ultima, definita un “organo interno” o “principio pensante”, benchè più elevata e sottile del corpo, non è altro che uno strumento adoperato dall’anima per acquisire delle esperienze, nella stessa maniera in cui un astronomo adopera il suo telescopio per ottenere delle informazioni sui cieli. Ma la mente è un fattore importantissimo nel conseguimento della concentrazione; questa, d’altra parte, non può essere ottenuta senza la mente, ed osserviamo che perciò nel Libro I Patanjali vi dedica la sua attenzione. Egli dimostra che la mente è, come egli la definisce, “modificata” da tutti gli oggetti o soggetti che le sono presentati o verso i quali è rivolta. Questo può essere ben illustrato dalla citazione di un brano del commentatore: “L’organo interno è paragonato (nel Vedanta Paribbasha) all’acqua, a motivo della sua capacità di adattarsi alla forma di qualsiasi modello. Come le acque di un serbatoio, defluendo attraverso un’apertura, passano per un canale in bacini e prendono una forma rettangolare o un’altra forma, secondo la geometria del recipiente che le contiene, nello stesso modo l’organo interno, manifestandosi, passa per la vista o per un altro canale, per raggiungere un oggetto – per esempio una brocca – e si modifica secondo la forma della brocca o di un altro oggetto. É questa condizione alterata dell’organo interno – o mente – che è chiamata la sua modificazione”. Mentre l’organo interno si modella in tal modo sull’oggetto, nello stesso tempo riflette tale oggetto e le sue proprietà, sull’anima. I canali attraverso i quali la mente è obbligata a passare per giungere ad un oggetto o ad un soggetto, sono gli organi della vista, del tatto, del gusto, dell’udito, etc… Così, dunque, attraverso l’udito essa assume la forma dell’idea che può essere data con la parola o, attraverso gli occhi, dalla lettura, prende la forma di ciò che è stato letto, ed ancora, le sensazioni quali il caldo e il freddo la modificano direttamente e indirettamente per associazione e ricordo, e ugualmente avviene nel caso di tutti i sensi e di tutte le sensazioni.

 

É inoltre risaputo che quest’organo interno, pur avendo un’innata disposizione ad assumere l’una o l’altra modificazione che sono in funzione di un costante ritorno degli oggetti – sia che questi ultimi si presentino direttamente, sia che, per associazione od altrimenti, provengano unicamente dal potere di riproduzione del pensiero – può essere controllato e ridotto ad uno stato di calma assoluta. É proprio questo che Patanjali intende con “impedire le modificazioni”. Si vede bene in questo caso, la necessità della teoria che fa dell’anima la reale esperimentatrice e conoscitrice. Poichè se noi fossimo solo la mente o degli schiavi della mente, non potremmo mai raggiungere la reale conoscenza, perchè l’incessante panorama degli oggetti modifica continuamente quest’organo non controllato dall’anima, impedendogli sempre di raggiungere la vera conoscenza. Ma poichè l’Anima è considerata superiore alla mente, essa ha il potere d’impossessarsene e di tenerla sotto controllo, a condizione però che noi utilizziamo lavolontà per aiutarla in questo lavoro. É allora solamente che si realizzano il fine reale ed il vero scopo della mente.

 

Queste tesi implicano che la volontà non è completamente dipendente dalla mente ma che può esserne separata e, inoltre, che la conoscenza esiste come un’astrazione. La volontà e la mente non sono che dei servitori a disposizione dell’Anima. Ma da così lungo tempo siamo dominati dalla vita materiale e non ammettiamo che il reale conoscitore – e il solo sperimentatore – è l’anima, che questi servitori restano gli usurpatori della sovranità dell’anima. É per questo che nelle antiche opere Indù si afferma che “l’Anima è l’amica del sé ma anche la sua nemica” e che l’uomo deve elevare il sé attraverso il Sé”.

 

In altre parole, c’è una lotta costante tra il sé inferiore ed il Sé Superiore. Le illusioni della materia intraprendono di continuo una guerra senza tregua contro l’Anima, tendendo sempre a trascinare verso il basso i principî interiori i quali, essendo situati in posizione mediana tra il superiore e l’inferiore, sono capaci di raggiungere sia la salvezza che la dannazione.

 

Negli Aforismi non c’é alcuna allusione alla volontà. Essa pare sottintesa, sia come una realtà ben compresa ed ammessa, sia come uno dei poteri dell’anima stessa di cui non si discute. Numerosi antichi Autori Indù ritengono, e noi siamo disposti ad adottare il loro punto di vista, che la Volontà è un potere spirituale, una funzione o un attributo, costantemente presente in ogni parte dell’Universo. É tuttavia un potere incolore al quale non può essere attribuita nessuna qualità di bene o di male, ma che può essere usato in qualsiasi modo scelto dall’uomo. Quando tale potere è considerato come ciò che nella vita ordinaria si dice “volontà”, osserviamo che esso opera unicamente in connessione con il corpo materiale e con la mente, guidato dal desiderio; considerato sotto l’aspetto dell’influenza dell’uomo sulla vita, esso è più misterioso, perché la sua azione va oltre la portata della mente; analizzato nei suoi rapporti con la reincarnazione dell’uomo o con la persistenza dell’Universo manifestato attraverso un Manvantara, esso appare ancora più lontano dalla nostra comprensione e vasto nel suo fine.

 

Nella vita ordinaria la volontà non è schiava dell’uomo, ma essendo guidata solo dal desiderio, essa fa dell’uomo uno schiavo dei propri desideri. É da questo fatto che ha avuto origine l’antica massima cabalistica “dietro la Volontà sta il Desiderio”. I desideri, trascinando di continuo l’uomo in ogni direzione, lo inducono a commettere delle azioni e a generare dei pensieri che sono di natura tale da determinare la causa e la forma di numerose incarnazioni, e lo asservono ad un destino contro il quale egli si ribella e che costantemente distrugge e ricrea il suo corpo mortale. É un errore dire di color che sono conosciuti come uomini di forte volontà, che i loro voleri sono completamente a loro asserviti, poiché essi sono talmente imprigionati nel desiderio, che quest’ultimo, essendo forte, mette in azione la volontà verso la realizzazione degli scopi desiderati. Ogni giorno osserviamo degli uomini, buoni o cattivi, prevalere nei loro diversi campi di azione. Dire che negli uni la volontà è buona e negli altri è cattiva è un errore evidente e dovuto al fatto di scambiare la volontà, lo strumento o la forza, con il desiderio che la mette in azione verso uno scopo buono o cattivo. Ma Patanjali e la sua scuola sapevano bene che si sarebbe potuto scoprire il segreto che permette di dirigere la volontà con una forza dieci volte superiore all’ordinaria, se essi ne avessero indicato il metodo, e che degli uomini malvagi dai forti desideri e privi di coscienza, l’avrebbero utilizzata impunemente contro i loro simili; essi sapevano anche che perfino degli studenti sinceri possono essere sviati dalla spiritualità se rimangono abbagliati dai risultati stupefacenti prodotti da un addestramento soltanto della volontà. Così Patanjali, per queste ed altre ragioni, conservò il silenzio sull’argomento.

 

Il suo sistema postula che Ishwara, lo spirito nell’uomo, non è toccato dalle afflizioni, dalle azioni, dai frutti delle azioni o dai desideri, e che quando un fermo atteggiamento è assunto allo scopo di raggiungere l’unione con lo spirito attraverso la concentrazione, Esso viene in aiuto del sé inferiore e lo eleva gradualmente a dei piani superiori. In questo processo la Volontà acquisisce gradualmente una tendenza sempre più forte ad agire secondo una linea differente da quella tracciata dalla passione o dal desiderio. Così essa si libera dal dominio del desiderio e finisce per assoggettare lamente stessa. Ma fino a quando la perfesione in tale pratica non è raggiunta, la volontà, continua ad agire secondo il desiderio, soltanto che quest’ultimo si è trasformato in aspirazione per cose più elevate e lontane da quelle della vita materiale. Il Libro III ha loscopo di definire la natura della condizione di perfezione, che qui è detta Isolamento.

 

L’Isolamento dell’Anima in questa filosofia non significa che un uomo si separa dai suoi simili diventando freddo e duro, ma significa unicamente che l’Anima è separata o liberata dalla schiavitù della materia e del desiderio, essendo a questo punto capace di agire in vista di compiere il fine della Natura e dell’Anima Universale che include le anime di tutti gli uomini. Questo fine è chiaramente indicato negli Aforismi. Nuemrosi lettori e pensatori superficiali, per non parlare di quelli che si oppongono alla filosofia Indù, non mancano di affermare che gli Jivanmukta o Adepti, si separano da ogni forma divita umana, da ogni attività e da ogni partecipazione delle faccende collettive, isolandosi su delle inaccessibili montagne dove nessun grido può raggiungere le loro orecchie. Una tale accusa è direttamente in antitesi ai principî della filosofia che prescrive il metodo ed i mezzi per raggiungere una simile condizione. Questi Esseri certamente sono inaccessibili all’osservazione umana ordinaria ma, come chiaramente espone questa stessa filosofia, hanno l’intera natura come obiettivo, e questo includerà tutti gli uomini viventi. Può sembrare che non si interessino ai progressi od ai miglioramenti transitori, ma essi lavorano dietro le scene dell’autentica illuminazione fino a quando i tempi e gli uomini saranno maturi per sopportare la loro apparizione in forma mortale.

 

Il termine “conoscenza” come è qui usato, ha un significato più vasto di quello che abitualmente gli diamo. Esso umplica una completa identificazione della mente, per un certo periodo di tempo, con un oggetto o soggetto qualunque sui quali può essere diretta. La scienza e la metafisica moderna non ammettono che la mente possa conoscere oltre i confini di certi metodi prestabiliti e di limitate distanze, e nella maggior parte dei suoi rami l’esistenza dell’anima viene negata o ignorata. Non è ad esempio concepibile che si possano conoscere i costituenti di un blocco di pietra senza mezzi meccanici o chimici adoperati direttamente sull’oggetto, e che si possa diventare coscienti dei pensieri e dei sentimenti di un’altra persona, a meno che essa non li esprima con parole od in azioni. Quando i metafisici trattano dell’anima, restano nel vago e sembrano temere l’approccio scientifico poiché non è possibile sottoporre l’anima ad un’analisi chimica, nè pesarne le parti su di una bilancia. L’Anima e la Mente vengono ridotti alla condizione di strumenti limitati che registrano certi fatti fisici posti alla loro portata attraverso dei mezzi meccanici. In un altro campo,m come ad esempio in quello della ricerca etnologica, si ritiene che si possa ottenere questa o quell’altra informazione su certe razze di uomini, per mezzo dell’ossevazione fatta con l’aiuto della vista, del tatto, del gusto e dell’udito: inquesto caso la mente e l’anima sono ancora dei semplici registratori. Ma il sitema di Patanjali sostiene che il praticante che ha raggiunto certi stati, può dirigere la sua mente su di un blocco di pietra collocato lontano o vicino, su di un uomo o su di una classe di uomini e che può, per mezzo della concentrazione, conoscere tutte le qualità intrinseche di questi oggetti, come pure le loro caratteristiche occasionali, e sapere tutto attorno al soggetto. Così, ad esempio, per quanto concerne gli indigeni dell’Isola di Pasqua, l’asceta può conoscere non solo quello che è visibile attraverso i sensi o che può essere conosciuto attraverso una lunga osservazione o ciò che è stato registrato, ma anche le qualità profonde e la linea esatta di discendenza e di evoluzione del particolare tipo umano esaminato. La scienza moderna non può sapere niente degli indigeni dell’Isola di Pasqua e non fa che delle vaghe supposizioni sulla loro origine; essa non può nemmeno dirci con certezza ciò che è e da dove è venuto un popolo come quello Irlandese, che ha sotto gli occhi da così lungo tempo. Nel caso del praticante dello Yoga egli è capace, attraverso il potere della concentrazione, di identificarsi completamente con la cosa considerata e di compiere così, interiormente, l’esperienza diretta di tutti i fenomeni e di tutte le qualità manifestate dall’oggetto.

 

Perchè sia possibile accettare tutto ciò che precede, è necessario ammettere l’esistenza, l’utilizzazione e la funzione di un mezzo eterico che compenetra tutte le cose, chiamato Luce Astrale o Akasa dagli Indù. La distribuzione universale di questo mezzo è un fatto della natura che si trova metafisicamente espresso nei termini “Fratellanza Universale” e “Identità Spirituale”. É in questo mezzo, con il suo aiuto, e attraverso la sua utilizzazione, che le caratteristiche ed i movimenti di tutti gli oggetti sono universalmente conoscibili. Esso è, per così dire, la superficie sensibile sulla quale sono incise tutte le azioni umane, tutti gli oggetti, i pensieri e le situazioni. L’indigeno dell’Isola di Pasqua è il residuo di un ceppo che ha lasciato la sua impronta in questa Luce Astrale, e porta con sé la traccia indelebile della storia della propria razza. L’asceta, durante la concentrazione, fissa la propria attenzione su questa impronta, e poi legge la registrazione perduta per la scienza. Ogni pensiero di Herbert Spencer, di un Mill, di un Bain o di un Huxley, è collegato, nella Luce Astrale, al rispettivo sistema filosofico da essi formulato, e tutto ciò che l’asceta deve fare consiste nel trovare un semplice punto di partenza connesso con uno di questi pensieri e di leggere poi nella luce astrale, tutto ciò che essi hanno pensato. Ma Patanjali e la sua scuola, considerano tali prodigi come relativi alla materia e non allo spirito, per quanto essi sembrare piuttosto assurdi a delle orecchie occidentali o, tutto al più, se si concede loro qualche credito, appaiano come dei prodigi provenienti dallo spirito.

 

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WILLIAM QUAN JUDGE
New York, 1889

 

GLI AFORISMI DELLO YOGA

 

di

 

PATANJALI

 

LIBRO I

 

La Concentrazione o Yoga (1)

 

In verità, l’esposizione dello Yoga o Concentrazione, sta ora per essere fatta.

 

La particella sanscrita atha che è stata tradotta con “in verità”, annunzia al discepolo che un argomento ben definito sta per essere esposto, richiede la sua attenzione e serve anche da benedizione. Monier Williams afferma che questa è “un particella di buon auspicio e di introduzione ma che spesso è difficilmente esprimibile nelle nostre lingue occidentali.”

 

La Concentrazione o Yoga consiste nell’impedire le modificazioni del principio pensante.

 

In altre parole, la mancanza di concentrazione del pensiero è dovuta al fatto che la mente, chiamata qui “il principio pensante”, è soggetta a delle costanti modificazioni a causa del suo disperdersi su di una molteplicità di soggetti. Così la “concentrazione” equivale alla correzione della tendenza alla dispersione ed al conseguimento di ciò che gli Indù chiamano “il punto unico” (2), o il potere di costringere la mente, in qualunque momento, a considerare un solo soggetto di pensiero, escludendone ogni altro. É su questo Aforisma che si impernia tutto il metodo del sistema. La ragione dell’assenza continua della concentrazione è che la mente è modificata da tutti i soggetti ed oggetti che le si presentano; essa è, per così dire, trasformata in quel soggetto od oggetto. La mente perciò, non è il potere supremo o più elevato; essa non è che una funzione, uno strumentocon il quale l’anima lavora, percepisce le cose e compie delle esperienze. Neppure il cervello deve essere confuso con la mente, non essendo a sua volta che uno strumento di quest’ultima. Ne consegue che la mente ha un suo proprio piano, diverso da quello dell’anima e del cervello, per cui si dovrebbe imparare a far uso della volontà che è anch’essa un potere distinto dalla mente e dal cervello, in maniera tale da usare la mente come un nostro servitore ogniqualvolta e per quanto tempo lo desideriamo, per considerare qualunque cosa abbiamo scelto, invece di permetterle di vagare da un soggetto all’altro, secondo le loro sollecitazioni.

 

Durante la concentrazione l’anima rimane nella condizione di uno spettatore senza spettacolo.

 

Questo si riferisce alla concentrazione perfetta che è lo stato in cui, dopo che sono state impedite le modificazioni di cui si parla nell’Aforisma 2, l’anima passa, ritrovandosi in una condizione ove non è più soggetta all’alterazione o alle impressioni prodotte da un soggetto qualsiasi. L’ “anima” di cui si parla, non è Atma, lo spirito.

 

Nei momenti in cui non c’è concentrazione, l’anima assume la stessa forma della modificazione della mente.

 

Questo si riferisce alla condizione dell’anima nella vita ordinaria quando non è praticata la concentrazione e significa che allorquando la mente, l’organo interiore, è influenzata o modificata attraverso i sensi dalla forma di quanche oggetto, anche l’anima – che percepisce l’oggetto attraverso il proprio organo, la mente – si trova, per così dire, mutata in quella stessa forma, così come una statua di marmo, bianca come la neve, osservata sotto una luce cremisi, appare di questo colore allo spettatore e così rimane per gli organi visivi, durante tutto il tempo che questa luce colorata la illumina.

 

Le modificazioni della mente sono di cinque specie ed esse sono dolorose e non dolorose.

 

Esse sono: la Conoscenza Corretta, la Concezione Errata, la Fantasia, il Sonno e la Memoria.

 

La Conoscenza corretta risulta dalla Percezione, dalla Deduzione e dalla Testimonianza.

 

La Concezione Errata è una Falsa Nozione derivante da una mancanza di Conoscenza Corretta.

 

La Fantasia è una nozione priva di ogni base reale, che si sviluppa da una conoscenza suggerita da delle parole.

 

Esempi sono i concetti: “le corna della lepre” e “la testa di Rahu”. Uno che senta l’espressione “la testa di Rahu”, immagina naturalmente che ci sia un Rahu che possegga questa testa, mentre questo mitico mostro che, si dice, causi le eclissi ingoiando il sole, è formato solo da una testa ed è privo di corpo. E, sebbene si usi di frequente l’espressione “le corna della lepre”, è arcinoto che non esiste nulla di simile in natura. Nella stessa maniera molte persone continuano a parlare del “levare” e del “calare” del sole, benchè esse si attengano alla teoria contraria.

 

Il Sonno è quella modificazione della mente che si produce quando quest’ultima abbandona tutti gli oggetti per il fatto che tutti i sensie le facoltà di veglia cadono nell’inattività.

 

La Memoria è il non abbandono di un oggetto di cui si è divenuti coscienti.

 

L’impedimento delle modificazioni della mente summenzionato, deve essere ottenuto per mezzo dell’Esercizio e del Non—Attaccamento.

 

L’Esercizio è lo sforzo continuo, o ripetuto, di mantenere la mente nel suo stato di calma.

 

Questo significa che per ottenere la concentrazione dobbiamo continuamente compiere degli sforzi per acquisire quel controllo sulla mente che ci permetterà in un momento qualsiasi, quando ciò ci sembri necessario, di ridurla ad una condizione di immobilità. O di aoolicarla su di un punto unico escludendo tutto il resto.

 

Questo esercizio consiste in uno stabile atteggiamento osservato considerando il fine in vista e mantenuto con perseveranza e senza interruzione per un certo periodo di tempo.

 

Da ciò, lo studente non deve concludere che non potrà mai acquisire la concentrazione se non le avrà dedicato ogni istante della sua vita. Le parole “senza interruzione” si applicano solo alla durata di tempo ch è stato riservato per questa pratica.

 

Il Non—Attaccamento consiste nell’aver vinto i propri desideri.

 

Ecco la realizzazione di una condizione di esistenza nella quale la coscienza non è influenzata dalle passioni, dai desideri e dalle ambizioni, che contribuiscono a modificare la mente.

 

Il Non—Attaccamento,m spinto all’estremo, è il distacco da tutto eccetto che dall’anima, e questo distacco proviene da una conoscenza dell’anima come qualcosa di completamente diverso da tutto il resto.

 

Esiste un tipo di meditazione, definito “meditazione con conoscenza chiara”, che è di carattere quadruplice in ragione di quattro modi distinti: Argomentazione, Deliberazione, Beatitudine e Percezione Egoica.

 

Il genere di meditazione di cui si tratta consiste in una riflessione nella quale la natura del soggetto da considerare è ben conosciuta, senza dubbi né errori, e si traduce in una conoscenza ditinta che esclude tutte le altremodificazioni della mente, tranne il soggetto che è stato scelto per tale riflessione.

 

(1) La divisione Argomentativa di questa meditazione è una riflessione su di un soggetto argomentando sulla sua natura paragonata con qualcos’altro, come ad esempio il problema se la mente è il prodotto della materia o se precede la materia.

 

(2) La divisione Deliberativa consiste in una riflessione che ha per fine la scoperta dell’origine e del campo di azione dei sensi più sottili e della mente.

 

(3) La condizione di Beatitudine è quella in cui si riflette sui più alti poteri della mente e sulla verità astratta.

 

(4) La divisione relativa all’Egoè quella in cui la meditazione giunge ad una tale profondità che tutti i soggetti od oggetti inferiori sono persi di vista e non resta nient’altro che la percezione cosciente di sé, il quale diventa allora un mezzo per pervenire a dei gradi più alti di meditazione.

 

Il risultato del raggiungimento del quarto grado, chiamato percezione Egoica, è la chiara consapevolezza che l’oggetto o il soggetto con cui la meditazione era cominciata è scomparso e che è rimasta solo la coscienza di sé; ma questa coscienza di sé non include affatto la coscienza dell’Assoluto o dell’Anima Suprema.

 

La meditazione sopra descritta è preceduta dall’esercizio del pensiero senza argomentazione. Un altro genere di meditazione si attua nella forma di una autogenerazione del pensiero dopo la scomparsa di tutti gli oggetti dal campo della mente.

 

La condizione di meditazione ottenuta da coloro il cui discernimento non giunge fino allo spirito puro, dipende dal mondo fenomenico.

 

Nella pratica di coloro che sono, o potrebbero essere, capaci di discernimento in ciò che concerne lo spirito puro, la meditazione è preceduta da Fede, Energia, Attenzione fissa (su di un punto unico) e Discernimento, o discriminazione completa di ciò che deve essere conosciuto.

 

Il commentatore fa qui rilevare che “in colui che possiede la Fede sorge l’Energia o la costanza nella meditazione. Così perseverando, scaturisce la memoria dei soggetti passati e la sua mente viene assorbita nella considerazione attenta generata dal ricordo del soggetto e colui la cui mente è immersa nella meditazione giunge ad un totale discrnimento della cosa che considera”.

 

Lo stato di meditazione astratta è raggiunto rapidamente dall’individuo animato da una energia indomabile.(3)

 

Seguendo la natura moderata, intermedia o trascendente dei metodi adottati, c’è una distinzione da fare tra coloro che praticano lo Yoga.

 

Lo stato di meditazione astratta può essere ottenuto attraverso una profonda devozione verso lo Spirito Supremo, considerato nella sua manifestazione comprensibile, come Ishwara.

 

É stato detto che questa profonda devozione è uno dei mezzi fondamentali per ottenere la meditazione astratta ed i suoi risultati. “Ishwara” è lo Spirito nel corpo.

 

Ishwara è lo spirito che non è toccato dai turbamenti, dalle azioni, dai frutti di queste e neppure dai desideri.

 

In Ishwara l’onniscenza che nell’uomo non esiste in germe, diviene infinita.

 

Ishwara è il precettore di tutti, perfino dei primi esseri creati, perché Egli non è limitato dal tempo.

 

Il suo nome è OM.

 

La ripetizione di questo nome dovrebbe essere fatta riflettendo sul suo significato.

 

OM è la prima lettera dell’alfabeto sanscrito. La sua pronunzia comprende tre suoni, di cui un O lunga (Au), una U breve e la “pausa” ovvero la consonante labiale M. A questa triplice natura si ricollega unprofondo significato mistico e simbolico. Essa esprime tre qualità distinte perquanto unite: Brahma, Vishnu e Siva, ovvero Creazione, Preservazione e Distruzione. Considerata nell’insieme essa implica “l’Universo”. Nella sua applicazione all’uomo au si riferisce alla scintilla dello Spirito Divino che si trova nell’umanità; u al corpo attraverso il quale lo Spirito si manifesta; m alla morte del corpo ossia alla scomposizione nei suoi elementi materiali. In rapporto ai cicli che interessano ogni sistema planetario, essa implica in primo luogo lo Spirito, rappresentato da au, come base dei mondi manifestati, poi il corpo o materia manifestata, attraverso cui opera lo Spirito, rappresentata dalla u; ed infine, rappresentato dalla m, “l’arresto o il ritornodel suono alla sua sorgente”, il Pralaya o la Dissoluzione dei mondi. Nell’occultismo pratico questa parola è messa in rapporto con il Suono o con la Vibrazione e con tutte le proprietà e gli effetti che ne derivano, essendo questo uno dei più grandi poteri della natura. Se si usa questa parola nella disciplina pratica, la sua pronunzia, a mezzo dei polmoni e della gola, produce un effetto particolare sul corpo umano. Nell’Aforisma 28 questo nome è impiegato nel suo significato più alto il quale include necessariamente tutti gli altri. La pronunzia della parola Om in tutte le pratiche della disciplina, ha un rapporto potenziale con la separazione cosciente dell’anima dal corpo.

 

Da questa ripetizione e dalla riflessione sul suo significato, provengono una conoscenza dello Spirito e la scomparsa degli ostacoli che si oppongono alla realizzazione del fine cercato.

 

Gli ostacoli sul cammino di colui che desidera ottenere la concentrazione sono: la Malattia, la Stanchezza, il Dubbio, la Negligenza, la Pigrizia, l’Attaccamento agli oggetti dei sensi, la Percezione Errata, l’Incapacità di raggiungere una qualsiasi condizione di astrazione e l’Instabilità in ogni condizione ottenuta.

 

Questi ostacoli sono accompagnati da sofferenza, da angoscia, da tremore e da respirazione affannosa.

 

Per prevenire tutti questi è necessario rimanere con fermezza su di una sola verità.

 

Qui s’intende ogni verità che si è accettata e che si è riconosciuta come tale.

 

Attraverso la pratica della Benevolenza, della Compassione, della Compiacenza ed attraverso il Distacco dagli oggetti della felicità, del dolore, della virtù e del vizio, la mente si purifica.

 

Le principali occasioni di distrazione della mente sono la Cupidigia e l’Avversione. Questo aforisma non vuole intendere che la virtù ed il vizio dovrebbero essere considerati dallo studente con indifferenza, ma che egli non dovrebbe fissare con piacere la propria mente sulla felicità o sulla virtù, né con avversione sulla pena o sul vizio. In altri termini, egli dovrebbe considerare tutti con uno spirito imparziale, e la pratica della Benevolenza, della Compassione e della Compiacenza conduce ad uno stato gioioso della mente che tende a rafforzarla e a renderla stabile.

 

Le distrazioni della mente possono essere combattute seguendo norme di controllo o di guida del respiro durante l’inspirazione, la ritenzione e l’espirazione.

 

Un mezzo per ottenere la stabilità della mente può essere trovato in una cognizione sensoriale diretta.

 

La conoscenza diretta di un soggetto spirituale, quando si produce, può anche servire a questo stesso scopo.

 

Oppure, fissando il pensiero su di un soggetto privo di qualità passionali, quale ad esempio un soggetto idealmente puro, si può trovare in ciò tale mezzo.

 

La stabilità della mente può anche essere ottenuta riflettendo sulla conoscenza che si presenta in un sogno.

 

Od ancora, meditando su di un soggetto che si approva.

 

Lo studente la cui mente è stata in tal modo resa stabile, ottiene una conoscenza profonda che va dall’Atomo all’Infinito.

La mente che così è stata allenata, al punto che tutte le modificazioni ordinarie dovute alla sua azione non sono più presenti, ad eccezione di quelle che si verificano durente la cosciente immedesimazione in un oggetto scelto per la contemplazione, si trasforma nell’immagine di ciò su cui si sta riflettendo, giungendo in tal modo alla piena comprensione della sua natura.

 

Questa modificazione della mente nell’immagine dell’oggetto su cui si medita, è detta tecnicamente la condizione Argomentativa in cui c’è una certa mescolanza tra la parola che designa l’oggetto, il significato e l’applicazione di questa parola e la conoscenza astratta delle qualità e degli elementi dell’oggetto per sé.

 

La condizione Non—Argomentativa della meditazione si realizza quuando la parola che descrive l’oggetto scelto per la meditazione ed il suo significato sono scomparsi dal piano della contemplazione e la cosa astratta stessa, libera da distinzioni qualitative, si presenta alla mente come un’unica entità.

 

Questi due aforismi (42 e 43) descrivono il primo ed il secondo stadio della meditazione, in cui la mente si concentra su oggetti di natura grossolana o materiale. L’aforisma che segue si riferisce allo stato in cui oggetti meno grossolani o più sottili sono scelti per la meditazione contemplativa.

 

Le condizioni Argomentativa e Non—Argomentativa della mente, descritte nei due aforismi precedenti, sussistono anche quando l’oggetto prescelto per la meditazione è sottile o di una natura più elevata che gli oggetti sensoriali.

 

La meditazione che ha per scopo un oggetto sottile, sfocia in ultimo nell’elemento indissolubile chiamato materia primordiale.

 

I cambiamenti della mente precedentemente descritti, costituiscono la “meditazione con un proprio seme”.

 

La “meditazione con un proprio seme” è quel genere di meditazione in cui è ancora presente dinanzi alla mente un oggetto ben definito su cui meditare.

 

Quando la Saggezza è stata raggiunta attraverso l’acquisizione della condizione mentale Non—Argomentativa, si ha la chiarezza spirituale.

 

In questo caso, allora, si produce quella Conoscenza che è assolutamente libera dall’Errore.

 

Questo genere di conoscenza differisce da quello dovuto alla testimonianza a alla deduzione; poiché nella ricerca della conoscenza basata su queste ultime, la mente deve considerare molti dettagli e non è in relazione con il campo generale della conoscenza stessa.

 

La corrente del pensiero auto—riproducentesi che da questa ne risulta, blocca la formazione di ogni altra corrente di pensiero.

 

Si ritiene che esistano due correnti principali di pensiero: (a) quella che dipende dalla suggestione provocata dalle parole di un altro, o da un’impressione sui sensi o sulla mente od ancora da associazioni d’idee. (b) Quella che dipende interamente da se stessa e che riproduce, traendoloda sé, lo stesso pensiero di prima. L’ottenimento della seconda specie di pensiero ha per effetto l’inibizione di tutte le altre correnti di pensiero, perchè essa è di una natura tale da respingere od espellere dalla mente ogni altro tipo di pensiero. Come viene mostrato dall’Aforisma 48, lo stato mentale chiamato “Non—Argomentativo” è assolutamente libero da ogni errore poiché esso non ha niente a che fare con la testimonianza e con la deduzione, essendo la conoscenza stessa; ne consegue che è dalla sua stessa natura intrinseca che ha origine l’inibizione di ogni altra corrente di pensiero.

 

Anche questa stessa corrente di pensiero con un solo oggetto può essere arrestata. In questo caso viene raggiunta la “meditazione senza seme”.

 

La “meditazione senza seme” è quella in cui le potenzialità della mente sono state risvegliate ad un punto tale che l’oggetto scelto per la meditazione è scomparso dal piano della mente e non vi è più alcuna traccia di esso, mentre il pensiero continua il proprio sviluppo su di un piano superiore.

 

Fine del Libro Primo

 

LIBRO II

 

Mezzi della Concentrazione

 

La parte pratica della Concentrazione comprende la Mortificazione, la Recitazione a bassa voce e l’Abbandono all’Anima Suprema.

 

Ciò che s’intende qui per “mortificazione” è la pratica insegnata in altre opere come nel Dharma Shastra, che comprende le penitenze ed i digiuni; la “recitazione a bassa voce” è la ripetizione sussurrata di formule tradizionali, preceduta dal nome mistico dell’Essenza Suprema indicato nell’Aforisma 27 del Libro I; l’”abbandono all’Anima Suprema” consiste nell’affidare all’Anima Divina o Anima Suprema, tutte le proprie azioni, senza interesse per i loro risultati.

 

Questa parte pratica della concentrazione ha lo scopo di rendere possibile la meditazione e di eliminare le afflizioni.

 

Le afflizioni che sorgono nel discepolo sono: l’Ignoranza, l’Egoismo, il Desiderio, l’Avversione ed il tenace Attaccamento all’esistenza terrestre.

 

L’Ignoranza è il terreno d’origine di tutte le altre suddette afflizioni, siano esse ancora latenti, indebolite, o palesi.

 

L’Ignoranza è la nozione che il non—eterno, l’impuro, il male e tutto ciò che non è l’anima siano rispettivamente l’eterno, il puro, il bene e l’anima.

 

L’Egoismo consiste nell’identificare il potere che vede con la facoltà di vedere.

 

Vale a dire, confondere l’anima che realmente vede con lo strumento che essa impiega per questa funzione, cioé con la mente, o – ad un grado ancor più alto di errore – con gli organi di senso che sono a loro volta gli strumenti della mente; come ad esempio, quando una persona ignorante pensa che è il suo occhio che vede, mentre in realtà è la sua mente che usa l’occhio come strumento di visione.

 

Il Desiderio consiste nel rimanere legati al piacere.

 

L’Avversione consiste nell’indugiare sul dolore.

 

Il tenace Attaccamento all’esistenza terrestre è inerente a tutti gli esseri senzienti e si perpetua attraverso atutte le incarnazioni, poiché possiede un potere capace di autoriprodursi. Esso è provato sia dal saggio che dal non—saggio.

 

C’è nello spirito una tendenza naturale, durante tutto un Manvantara, a manifestarsi aul piano materiale, sul quale ed attraverao il quale solamente, le monadi spirituali possono completare il loro sviluppo; e questa tendenza, agendo attraverso la basae fisica comune a tutti gli esseri senzienti, è estremamente potente e si continua attraverso tutte le incarnazioni, aiutando di fatto la loro genesi e rinnovellandosi ad ognuna di esse.

 

Si può sfuggire slle cinque precedenti afflizioni, se esse sono latenti, generando una condizione mentale opposta.

 

Se queste afflizioni modificano la mente imponendosi all’attenzione, possono essere eliminate con la meditazione.

 

Tali afflizioni sono la radice che produce risultati nelle azioni o nelle opere, fisiche e mentali. In quanto esse costituiscono i nostri meriti o i nostri demeriti, danno frutti sia nello stato visibile che in quello invisibile.

 

Fino a quando esiste una tale radice di merito o di demerito, essa fruttificherà durante ogni successiva vita sulla terra, determinando condizione sociale, longevità, piaceri e sofferenze.

 

La felicità o la sofferenza sono i frutti del merito o del demerito, secondo che la causa è la virtù od il vizio.

 

Ma all’uomo che ha raggiunto la pefezione dello svsiluppo spirituale, tutte le cose del mondo appaiono ugualmente fonte di pena, dal momento che le modificazioni della mente dovute alle qualità naturali si oppongono al raggiungimento della condizione più alta. Infatti, fino a quando questa non è raggiunta, la presa di possesso di una qualsiasi forma dotata di corpo costituisce un intralcio, ed ansietà ed impressioni di ogni genere si rinnovano di continuo.

 

Ciò che dal discepolo deve essere evitato è il pensiero od il timore della sofferenza futura.

 

Il passato non può essere cambiato o modificato; ciò che fa parte delle esperienze presenti non può e non dovrebbe essere evitato, ma ciò che invece dovrebbe essere evitato sono le previsioni fonte di angoscia od i timori del futuro ed ogni azione od impulso capaci di causare sofferenza, nel presente o nell’avvenire a noi stessi o agli altri.

 

Dal fatto che l’anima è unita nel corpo con l’organo del pensiero e quindi con l’intera natura, deriva una mancanza di discernimento che genera un’errata concezione dei doveri e delle responsabilità. Questo errore conduce a delle azioni ingiuste che arrecheranno inevitabilmente sofferenza nel futuro.

 

L’Universo, che comprende il visibile e l’invisibile, la cui natura essenziale è composta di purezza, azione e riposo (4) e che è formata dagli elementi e dagli organi di azione, esiste solo per l’esperienza e l’emancipazione dell’anima.

 

Le divisioni delle qualità sono: il molteplice e l’unitario, ciò che può essere scomposto una sola volta e ciò che non può essere ridotto.

 

Il “molteplice” può essere rappresentato dagli elementi grossolani e dagli organi dei sensi; “l’unitario”, dagli elementi sottili e dalla mente; “ciò che può essere scomposto una volta sola”, dall’intelletto che può risolversi nella materia indifferenziata e non oltre; e “ciò che non può essere ridotto”, dalla materia indivisibile.

 

L’Anima è il Precettore, è in effetti la visione stessa, pura e semplice, non modificata, che percepisce direttamente le idee.

 

É solamente per lo scopo dell’anima che l’Universo esiste.

 

Il Commentatore aggiunge: “La Natura nella sua attività energetica non opera in tal modo per qualche scopo proprio, ma con un piano che potrebbe essere espresso forse con le parole ‘compiere l’esperienza dell’Anima’”.

 

Benchè l’Universo nel suo stato oggettivo possa avere cessato la propria esistenza per l’uomo che ha raggiunto la perfezione dello sviluppo spirituale, non ha cessato di esistere per gli altri esseri, poiché resta il campo di tutti gli altri tranne che il suo.

 

L’unione dell’anima con l’organo del pensiero e perciò con la natura, è la causa della sua percezione della condizione attuale della natura dell’Universo e della stessa anima.

 

La causa di questa unione è ciò di cui ci si deve liberare, e questa causa è l’ignoranza.

 

Tsle liberazione consiste nella cessazione della suddetta unione che determina la scomparsa dell’ignoranza, e questa condizione è detta l’Isolamento dell’anima.

 

Qunato è espresso in questo Aforisma e nei due precedenti, significa che l’unione dell’anima e del corpo, durante ripetute reincarnazioni, è dovuta alla mancanza, in tale condizione, di una conoscenza discriminativa della natura dell’anima e dei suoi aspetti collaterali, e che, quando questa conoscccenza discriminativa è stata raggiunta, l’unione, dovuta all’assenza di un tale discernimento, cessa spontaneamente.

 

Il mezzo per liberarsidella condizione di schiavitù alla materia è la conosccenza discriminativa perfetta mantenuta ininterrottamente.

 

L’importanza di ciò – fra l’altro – è che l’uomo che ha raggiunto la perfezione dello sviluppo spirituale conserva la propria continuità di coscienza nel corpo, al momento di lasciarlo e quando passa nelle sfere superiori. Parimenti, questa continuità di coscienza persiste immutata quando egli lascia le sfere superiori per ritornare nel priprio corpo e riprendere le sue attività sul piano materiale. (5)

 

Questa conoscenza discriminativa perfetta posseduta dall’uomo che ha raggiunto la completa maturità spirituale è di sette specie, considerata fino al termine della meditazione.

 

Fino a quando questa conoscenza discriminativa perfetta non è raggiunta, da quelle pratiche che conducono alla concentrazione, deriva un’illuminazione più o meno chiara che rimuove efficacemente le impurità.

 

Le pratiche che conducono alla concentrazione sono otto: Astinenza, Osservanze religiose, Posizioni, Regolazione della Respirazione, Controllo dei sensi, Attenzione, Contemplazione e Meditazione. (6)

 

L’Astinenza consiste nel non uccidere, nella veracità, nel non rubare, nella continenza e nel non desiderare con bramosia.

 

Questi, senza distinzioni di rango, luogo, tempo od impegni, sono i grandi doveri universali.

 

Le Osservanze religiose sono: la purificazione della mente e del corpo, la contentezza, l’austerità, la recitazione a bassa voce (7) e la perseverante devozione all’Anima Suprema.

 

Al fine di rimuovere ed eliminare dalla mente le cose reprensibili, contribuisce efficacemente l’evocazione mentale dei lor opposti.

 

Le cose riprovevoli, siano esse state compiute, causate o semplicemente approvate; sia che derivino dalla cupidigia, dalla collera o dall’illusione; siano esse di poco conto, di una certa gravità o molto gravi, generano tutte numerosi frutti sotto forma di dolore ed ignoranza; di conseguenza, “l’evocazione dei loro opposti” è in ogni caso raccomandabile.

 

Quando l’inoffenzività e la gentilezza sono pienamente sviluppate nello Yogi, cioé in colui che ha raggiunto la matura illuminazione dell’anima, si realizza la completa assenza d’inimicizia fra tutti gli uomini e gli animali che si trovano nelle sue vicinanze.

 

Quando la veracità è completa, lo Yogi diventa il punto focale per il Karma che risulta da tutte le azione , buone o cattive.

 

Quando l’astinenza dal furto, nel pensiero e nell’azione è completa nello Yogi, egli ha il potere di ottenere tutte le ricchezze materiali.

 

Quando la continenza è completa, vi è un aumento di forza nel corpo e nella mente.

 

Questo non vuol dire che lo studente che pratica solo la continenza e trascura le altre pratiche indicate, acquisterà forza. Tutte le parti del sistema devono esser perseguite di pari passo sui piani mentale, morale e fisico.

 

Quando la bramosia è eliminata, si sviluppa nello Yogi una conoscenza di tutte le cose che sono in relazione con dei precedenti stati di esistenza o che, in questi, si sono verificate.

 

Qui, “bramosia”, non si riferisce solo al desiderio degli oggetti, ma anche al desiderio di gradevoli condizioni terrene, o anche all’esistenza terrena stessa.

 

Attraverso la purificazione della mente e del corpo si risveglia nello Yogi un completo discernimento dell’origine e della natura del corpo; di conseguenza egli abbandona la considerazione che gli altri hanno per la forma corporea; e cessa pure di provare il desiderio, o il bisogno di un’associazione con i suoi simili che è invece comune agli altri uomini.

 

Dalla purificazione della mente e del corpo nasce inoltre nello Yogi la completa prevalenza delle qualità di bontà, disponibilità, dedizione agli altri, padronanza dei sensi, e l’attitudine alla contemplazione ed alla comprensione dell’anima come di qualcosa completamente diverso dalla natura esteriore.

 

Attraverso la perfetta contentezza, lo Yogi acquisisce la suprema felicità.

 

Quando l’austerità è integralmente praticata dallo Yogi, il risultato è il perfezionamento ed un affinamento dei sensi del corpo ottenuti con la rimozione delle impurità.

 

Con la pratica della recitazione sussurrata si realizza l’incontro con la propria Deità preferita.

 

Attraverso delle invocazioni correttamente pronunciate – a cui si fa riferimento con la significativa espressione “recitazione sussurrata” – i poteri superiori della natura, ordinariamente invisibili all’uomo, sono costretti a rivelarsi alla visione dello Yogi; e, per il fatto stesso che tutti i poteri della natura non possono essere evocaati contemporaneamente, la mente deve essere diretta verso una forza od un potere particolare della natura da cui l’uso della frase “con la propria deità preferita”.

 

La perfezione nella meditazione proviene dalla perseverante devozione all’Anima Suprema.

 

Una posizione assunta dallo Yogi deve essere stabile e piacevole.

 

Per rendere ciò più chiaro alla mente dello studente, è qui necessario rilevare che le “posizioni” decritte in vari sistemi di “Yoga”, non sono assolutamente essenziali al successo perseguito nella pratica della concentrazione e al raggiungimento dei suoi risultati ultimi. Tutte le “posizioni” descritte dagli autori Indù sono basate su di un’accurata conoscenza degli effetti fisiologici che esse inducono, ma, ai nostri giorni, esse non sono possibili che per quegli Indù che vi sono abituati fin dalla loro tenera infanzia.

 

Quando la padronanza delle posizioni è stata completamente ottenuta, lo sforzo per assumerle diviene minimo, e quando la mente si è completamente identificata con l’infinitudine dello spazio, la posizione diventa stabile e piacevole.

 

Quando questa condizione è stata raggiunta, lo Yogi non risente più del conflitto generato dalle coppie degli opposti.

 

Con “le coppie degli opposti” si fa riferimento alla classificazione a coppie delle opposte qualità, condizioni e stati dell’essere, adottata in tutti i sistemi filosofici e metafisici Indù, che sono la sorgente eterna del piacere o del dolore nell’esistenza terrena, nello stesso modo in cui lo sono freddo e caldo, fame e sazietà, giorno e notte, povertà e ricchezza, libertà e dispotismo.

 

Ugualmente, quando questa condizione è stata raggiunta, occorre procedere alla interruzione del respiro durante l’espirazione, l’inspirazione e la ritenzione.

 

Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di espirazione, inspirazione e ritenzione, è inltre soggetta a delle condizioni di tempo, luogo e di numero, ognuna di queste potendo essere lunga o breve.

 

Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in rapporto sia con quanto detto nell’aforisma precedente, sia con la sfera interiore del respiro.

 

Gli Aforismi 49—50—51 alludono alla regolazione del respiro come una parte degli esercizi fisici menzionati nella nota dell’Aforisma 46, la conoscenza delle cui regole e prescrizioni, da parte dello studente, è sottointesa da Patanjali. L’Aforisma 50 si riferisce unicamente alla regolazione dei diversi periodi, del grado di intensità e del numero di alternanze delle tre fasi respiratorie: espirazione, inspirazione e ritenzione del respiro. Ma l’Aforisma 51 allude ad un’altra regolazione del respiro è cioé a quella governata dalla mente in modo da controllare la direzione del respiro e la sua conseguente influenza su alcuni centri nervosi di percezione situati all’interno del corpo, al fine di produrre degli effetti fisiologici, seguiti da effetti psichici.

 

Per mezzo di questa regolazione della respirazione, l’offuscamento della mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.

 

E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.

 

Il controllo dei sensi (8) consiste nell’adattamento di essi alla natura della mente, con la perdita da parte loro della attitudine propria a ricevere dagli oggetti impressioni dirette.

 

Da ciò deriva una completa padronanza dei sensi.

 

Fine del Libro Secondo

 

LIBRO III

 

L’attenzione consiste nel mantenere la mente fissa su di un punto, oggetto o soggetto.

 

Ciò è detto Dharana.

 

La contemplazione è la continuità in questa attenzione.

 

Questo è chiamato Dhyana.

 

La meditazione è questa contemplazione quando è praticata unicamente nei confronti dell’aspetto essenziale di un soggetto od un oggetto dei sensi. (9)

 

Quando questa stabilità dell’attenzione, della contemplazione e della meditazione viene praticata nei confronti di un unico oggetto, tale pratica, nel suo insieme, è chiamata Sanyama.

 

In Occidente non abbiamo alcun termine che traduca esattamente Sanyama. I traduttori hanno usato la parola restrizione, limitazione, ma essa non è né appropriata né esatta, benché sia una traduzione corretta. Quando un Indù dice che un asceta pratica la restrizione su di un oggetto qualsiasi, secondo questo sistema, intende dire che egli sta eseguendo il Sanyama, mentre nelle nostre lingue può significare che egli priva se stesso di qualcosa o di un’azione particolare e questo non è il senso di Sanyama. Noi abbiamo mantenuto la terminologia del testo ma l’idea è forse resa meglio con “perfetta concentrazione”.

 

Quando la pratica del Sanyama – ossia quando la pratica di rendere stabile l’attenzione, la contemplazione e la meditazione – diventa naturale e facile, si sviluppa un esatto potere di discernimento.

 

Questo “potere di discernimento” è una facoltà ben definita che solo tale pratica sviluppa e non è posseduta dalle persone ordinarie che non hanno coltivato la concentrazione.

 

Il Sanyama deve essere praticaato procedendo grado a grado, al fine di superare tutte le modificazioni della mente, dalle più appariscenti alle più sottili.

 

(Vedere nota all’Aforisma 2, Libro I). Lo studente deve ora conoscere che, dopo aver superato le difficoltà e gli ostacoli descritti nel Libri precedenti, ci sono altre modificazioni di carattere sottile di cui soffre la mente, che devono essere dominate per mezzo del Sanyama. Quando egli ha ottenuto questo stato, tali difficoltà si rivelano a lui da se stesse.

 

Le tre pratiche – attenzione, contemplazione e meditazione – sono più efficaci per ottenere quel genere si meditazione chiamata “con conoscenza distinta”, che non i primi cinque modi in precedenza descritti come: “non uccidere, veracità, non rubare e non desiderare con bramosia”.

 

(Vedere Aforisma 17, Libro I).

 

L’attenzione, la contemplazione e la meditazione precedono, senza tuttavia produrre subito, quel genere di meditazione nella quale la conoscenza precisa dell’oggetto è perduta e che è detta meditazione senza seme.

 

Vi sono due tipi di correnti di pensiero che si autoriproduce: la prima si genera dalla mente che è stata modificata e spostata dall’oggetto o dal soggetto contemplato; la seconda si produce quando la mente sta uscendo da tale modificazione e sta entrando in rapporto unicamente con la verità stessa. Nel momento in cui la prima corrente è soggiogata e la mente diventa attenta, quest’ultima viene contemporaneamente ad essere interessata da queste due correnti di pensiero autoriproducentesi e questo stato tecnicamente è chiamato Nirodha.

 

Nello stato di meditazione chiamato Nirodha, la mente ha un flusso uniforme.

 

Quando ha superato e controllato completamente la sua inclinazione naturale a considerare oggetti svariati e comincia ad applicarsi su di un solo oggetto, si dece che la meditazione è stata raggiunta.

 

Quando la mente dopo essersi fissata su di un solo oggetto, ha cessato di essere interessata da ogni pensiero relativo alla condizione, alle qualità od alle relazioni della cosa pensata ma è completamente raccolta attorno all’oggetto stesso, si dice allora che essa è applicata su di un unico punto e questa condizione tecnicamente è chiamata Ekagrata.

 

Le tre classi principali di percezione che riguardano la proprietà caratteristica, la qualità distintiva o l’uso specifico ed i possibili cambiamenti nell’utilizzazione o nella relazione di un qualsiasi oggetto od organo del corpo, contemplati dalla mente, sono stati sufficientemente spiegati nell’esposizione che precede sulle modalità con cui la mente viene modificata.

 

É molto difficile rendere questo Aforisma nella nostra lingua. Le tre parole qui tradotte come “proprietà caratteristica, qualità distintiva od uso specifico e possibili cambiamenti nella utilizzazione” sono, nell’originale, Dharma, Lakshana ed Avastha e possono essere così spiegate: Dharma è , per così dire, l’argilla di cui una giara è formata; Lakshana, l’idea di una tale giara così composta e Avastha, la consapevolezza che la giara si modifica ad ogni istante, poiché essa invecchia od è, in varia guisa, influenzata.

 

Le proprietà di un oggetto che si presentano alla mente sono: quelle che sono state già considerate ed allontanat